Giorni fa,
in una chat tra amici fotografi è stata mostrata una “fotografia” – le
virgolette sono mie e mi paiono d’obbligo, di un autore della prestigiosa agenzia Magnum (dato quest’ultimo però non accertato con sicurezza).
Soggetto:
l’orrore della guerra, di tutte le guerre e la morte dei bambini, oggi pensiamo
subito a quelli di Gaza ma non solo a quelli, anche a tutti quelli venuti prima
ovunque nel mondo e quelli che purtroppo seguiranno ancora.
Sullo sfondo
in controluce di una città desertificata con gli edifici distrutti dalle bombe,
in primo piano si vede una serie di altalene, tragicamente vuote.
Ma l’ombra
che esse gettano sul terreno, ancor più prossima a chi guarda, raffigura anche
quella dei bimbi che non ci sono più.
E’
un’immagine (fotografia?) potente, di grande impatto emotivo, costruita apposta
per dimostrare una tesi, un teorema, per muovere nobilmente le coscienze e che
creata a tavolino con l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale
raggiunge pienamente l’effetto comunicativo valuto dal suo autore.
Fosse vera l’attribuzione a Magnum, mi verrebbe da dire: Tu quoque Magnum dunque, storica custode della tradizione e promotrice della migliore Fotografia, presenti lavori ottenuti con l’ IA?
Siamo allora
noi fotografi giunti alla fine della nostra amata e nobile arte, per come
l’abbiamo sempre conosciuta e pensata pur attraverso le innumerevoli innovazioni
tecniche nei due secoli dalla sua scoperta, quando Nicéphore Niépce nel 1826
riuscì per la prima volta a impressionare su di una lastra di peltro
sensibilizzata col bitume di Giudea la veduta dalla finestra della sua casa di
Le Gras?
Qui siamo infatti ben oltre la vexata
quaestio tra fotografia argentica e digitale, nella quale cambia solo il
supporto e il metodo fisico con cui la luce viene registrata e i metodi con cui
i risultati sono poi perfezionati in post produzione in maniera affine a quelli
usati nella camera oscura tradizionale.
In entrambi i casi la
Fotografia nasce sempre da un incontro:
tra il fotografo - con la sua
persona e le su emozioni, il suo background culturale e i suoi
interessi - e il mondo reale, con cui egli interagisce tramite la fotocamera,
strumento mediatore tra preconcezione personale e realtà.
Duecento anni fa infatti,
la Fotografia era nata come una sorta di PATTO tra
una nuova tecnica e strumento espressivo e l'umanità: il suo punto di partenza
costituito sempre - a differenza di altre arti figurative - da un dato
fisicamente reale, oggettivo e presente davanti all'artista fotografo; anche
quando creato artificialmente in studio o in sala di posa, pensato e allestito, sempre realizzato da un dato esistente e reale, di cui il fotografo è stato personalmente
testimone.
La macchina fotografica dunque come strumento tecnico mediatore di questo incontro, ma non neutro né totalmente passivo, plasmabile sì dal fotografo mediante la scelta dei molti parametri di ripresa come il fuoco, la nitidezza, il mosso, il tempo di scatto, la profondità di campo, l’inquadratura etc, ma dotato anche di un certo suo grado di autonomia, talora e non raramente capace anche di un’imprevista risposta, strumento in grado di trasformare creativamente il reale oltre il mero risultato documentale.
Con la Fotografia inoltre posso
anche immaginare di esprimere un'idea o un sogno: lo metto in scena, lo
costruisco in un set e si tratta ancora di arte fotografica.
Resterà comunque sempre un
pizzico di magia nella Fotografia, forma creata da questa interazione tra fotografo,
fotocamera e realtà, che genera spesso emozione e sorpresa al dì là delle
intenzioni iniziali dello stesso autore.
Se invece di reale non c'è
niente, se non sono andato di persona fino a Gaza e non ho realmente visto coi miei occhi quelle
altalene vuote, allora si va al sovvertimento completo di quello che è stato
fin dalla sua nascita il nostro rapporto con la Fotografia.
Il PATTO iniziale viene meno e la fotografia
perde il suo valore universale e originale, la sua capacità di documentare, di
testimoniare, di raccontare non solo il mero dato fisico ma anche
le emozioni vissute nel nostro incontro con
esso.
Alcuni
"nostalgici" come me e i miei amici sono ancora interessati a
questo patto tra noi esseri
umani senzienti e la Fotografia: guardandola noi SAPPIAMO che il fotografo è
stato lì per davvero, nel luogo dello scatto e che ci ha trasmesso con l'intermediazione
fisica di una fotocamera e del materiale fotosensibile ciò che ha visto e intravisto, sentito e (ri)conosciuto, e da cui è stato emozionato e segnato profondamente anche nell’inconscio.
Tutto il resto non è
Fotografia, è solo illustrazione, immagine.

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